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Disse Gesù “...dopo l’Ariete i Pesci. E poi verrà l’Acquario. Allora l’uomo scoprirà che i morti sono vivi e che la morte non esiste."  Da "Il Gesù proibito" di Mario Pincherle - IL QUINTO VANGELO
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SPIRITO DI CONFUCIO
Perle di saggezza di questo filosofo cinese vissuto 2.500 anni fa
dove ammonisce e chiarisce alcuni aspetti dell'esistenza umana e dell'aldilà. Dalla sua vera voce una incredibile testimonianza sui mondi dell'aldilà, sui grandi esseri evoluti che stanno molto al di sopra delle città spirituali e un accenno indiretto agli "helper" coloro che aiutano spiriti malconci sofferenti.
CON AUDIO ORIGINALE

SPIRITO DI ALICE GREEN
"E' stato come essere sulla Terra, con le case qua e là, ma senza rumore e traffico. Gli edifici erano incantevoli"
Alice Green in spirito, ci racconta come è andata dall'altra parte, cosa successe quando morì e il suo stupore nel constatare che "nessuno mi vedeva". Il rimprovero al marito (deceduto molti anni prima) perché non era andato al suo funerale, lo stare nella stanza tra i parenti, ma invisibile ai presenti.

SPIRITO DI MR. OHLSON
"Non ho nessun rimpianto, sono molto felice e non tornerei sulla Terra nemmeno se mi offrissero tutto l'oro della Cina"
Mr. Ohlson ci racconta la sua esperienza nell'aldilà e di come sia felice in quel mondo tanto simile alla Terra ma completamente diverso per colori, amore, vita, felicità, etc. Infatti dice che la morte
"...è l'esperienza più bella che può capitare ad un essere umano" Una testimonianza da leggere.

SPIRITO DI SAM WOODS
"Sono morto nel mio letto di vecchiaia. Nel giro di pochi giorni ho tirato le cuoia. E' come andare a dormire. Tutti i tuoi vecchi amici li ritrovi intorno a te"
.
Altra importante testimonianza diretta dal mondo dell'aldilà tramite lo spirito si Sam Woods dove rassicura tutti che non bisogna avere paura della "morte" poichè essa è la nascita in un mondo più felice e meraviglioso di questa nostra Terra poiché lì non esiste denaro.

SPIRITO SIR OLIVER LODGE
"Per noi è come una nebbia. Vi è una terribile atmosfera intorno al vostro mondo....! Tutto il tempo della vostra esistenza la vivete come sull'orlo di un precipizio..." Lo spirito di Sir Oliver Lodge ci richiama al contesto malvagio in cui versa la Terra cone le sue guerre, omicidi, cattiverie, invidie, gelosie, egoismi. Lui dice che per loro è una grande difficoltà avvicinarsi a noi poichè il mondo è avvolto in nebbie malefiche.

SPIRITO REGINA VICTORIA
"Lavorate per fare la volontà di Dio, mentre siete ancora sulla Terra. Arriverà la fine, anche se può sembrare lontana, ma io sono sicura che arriverà. "
Stupenda testimonianza della regina VITTORIA (fu Regina del Regno Unito dal 20 giugno 1837). Dalla sua vera voce ammonimenti e rettifiche sul suo operato quando era sulla Terra.
CON AUDIO ORIGINALE



Emanuel Swedenborg

CIELO E INFERNO
Emanuel Swedenborg

Uno scienziato svedese del 700 cui la scienza del tempo non aveva più segreti per lui, otto lingue parlate, si dedica meticolosamente al più grande degli enigmi dell'umanità, la morte, riuscendo sia con scrupoloso metodo scientifico, sia per esperienza personale, a togliere il velo illusorio che separa questa realtà dalla realtà dell'aldilà e facendo esperienze paranormali divine che gli riveleranno il mondo dell'oltretomba

Nel 1858 la Royal Library di Stoccolma acquistò un manoscritto non identificato appartenuto a un certo professor Scheringson, morto nove anni prima. Si trattava di una specie di diario, 104 pagine in tutto, scritte a mano: la storia di un’anima. L’autore si chiamava Emanuel Swedenborg, scienziato dagli interessi multiformi ed enciclopedici, certamente uno dei geni del XVIII secolo, che di colpo nel 1744, quando aveva 56 anni, aveva cominciato ad essere protagonista di insolite esperienze che lo sconcertavano e lo colpivano profondamente. Da autentico scienziato, Swedenborg aveva preso accuratamente nota di ogni dettaglio, lasciando così un documento eccezionale della metamorfosi che era avvenuta in lui. Le prime pagine del diario parlano infatti di vicende quotidiane: un viaggio per mare con partenza da Stoccolma, il resoconto delle cose viste e delle persone incontrate, la consegna di un manoscritto a un editore. Ma a questo punto il racconto si interrompe: ci sono alcune pagine vuote, e quindi inizia la descrizione di una serie di sogni, accompagnata spesso dal tentativo di interpretarli e di riferirli alla propria vita e alla propria attività. Non erano sogni certo normali quelli che Swedenborg, giorno dopo giorno, trascriveva nel suo diario, ma sogni provvisti di una loro carica particolare: altrimenti, da quel rigoroso scienziato che era, Swedenborg non avrebbe dedicato loro la sua attenzione. Erano sogni, o meglio visioni, che avvenivano in trance, prima e dopo il sonno.

Visioni belle e visioni terribili, che però col tempo si fecero sempre più armoniche, finché cominciarono a contenere messaggi provenienti dal mondo spirituale: quello nel quale d’ora in avanti Swedenborg sarà ammesso e di cui ci ha lasciato la descrizione in tante opere. Il diario (Il Diario dei Sogni), pubblicato nel 1859 in latino, segnò la trasformazione di Swedenborg da famoso scienziato in «servo del Signore». Di lui lo psicologo americano Van Dusen ha scritto: «Avendo esaurito tutti i campi conosciuti della scienza umana, Swedenborg scelse di esplorare se stesso nel modo più diretto possibile: attraverso visioni, trance ed esperienze ipnagogiche. Si consideri che a quel tempo non c’erano psicologi né psicoanalisti, e che in pratica nessuno si occupava di processi interiori e di sogni, eccetto qualche monaco isolato e qualche mistico. Era terra incognita quella che Swedenborg si accingeva ad esplorare, mettendo a rischio la propria vita e la propria salute mentale». Ma chi era Emanuel Swedenborg, l’uomo al quale oltre due secoli fa si aprirono le porte del mondo spirituale di cui lasciò tante impressionanti descrizioni? L’uomo che infuse un rispettoso stupore a Kant, al quale un altro grande filosofo, Emerson, dedicò parole entusiaste, che influenzò profondamente Goethe e Jung e di cui Elizabeth Barret Browning disse: «A mio giudizio, la sola luce che possediamo sull’altra vita si trova nella filosofia di Swedenborg?». Vediamone innanzitutto le vicende di vita.

Infanzia e gioventù
Jesper era ancora predicatore a Stoccolma quando Emanuel nacque il 29 gennaio 1688, terzo degli otto figli che il prelato ebbe dalla prima moglie. Il nome Emanuel, che significa «Dio con noi», era stato scelto dal padre per invocare su di lui la costante presenza di Dio e affinché avesse sempre presente questa unione col Creatore. Della infanzia di Emanuel non si sa molto: aveva appena otto anni quando perse la madre, tuttavia il carattere tranquillo e benevolo di lei lasciò un segno profondo nell’animo del bambino che fu allevato dalla sorella maggiore e dalla matrigna. Da piccolo Emanuel manifestò un ardore religioso che colpiva anche i familiari: pregava molto ed era attirato verso tutte le manifestazioni religiose. Prestissimo e spontaneamente si abituò a una particolare «respirazione interiore» (così lui stesso ebbe in seguito a definirla nel suo Diario spirituale), che usava quando mattina e sera diceva le preghiere e attraverso la quale in seguito riusciva a mettersi in contatto con angeli e spiriti (3). In una lettera indirizzata molti anni dopo, quando era ormai vecchio, al suo amico dr. Beyer, Swedenborg scrisse rievocando la sua infanzia: «Dai 4 ai 10 anni i miei pensieri erano costantemente dedicati a Dio, alla beatitudine e agli stati spirituali degli uomini. Spesso dicevo cose che stupivano i miei genitori, i quali pensavano che gli angeli parlassero per bocca mia». E’ indubbio che fin da allora l’educazione religiosa e l’ambiente spirituale della famiglia, ma soprattutto l’influsso paterno, sviluppassero in lui il senso della presenza, concretezza e realtà del mondo ultraterreno. Tuttavia col passare degli anni e il contatto con la scuola e la tradizione scientifica del suo tempo avvenne una frattura con l’atteggiamento religioso della sua infanzia: i suoi interessi si rivolsero interamente alla scienza, e bisognerà aspettare che avesse più di 50 anni per ritrovare in lui esperienze religiose e visioni. Quando il padre divenne vescovo di Skara, il giovane Emanuel rimase a Uppsala per studiare, e fu indirizzato verso le materie scientifiche dal cognato Erik Benzelius, marito della sorella Anna e maggiore di lui di tredici anni, studioso e umanista già noto e affermato. A quanto risulta dalle lettere, in quegli anni Benzelius fece anche da mediatore fra Emanuel e il padre, che non vedeva di buon occhio l’evoluzione interiore del figlio, che sempre più si  staccava dalla religione per dedicarsi alla scienza. ( 3) Si trattava in realtà di una tecnica yoga, che comprendeva il «blocco intenzionale del movimento involontario della mente», allo scopo di accrescere la coscienza cosmica. Quando era bambino, Emanuel tratteneva il respiro quando pregava in famiglia e cercava di adeguare la respirazione al battito cardiaco, notando che in questo modo il suo stato di coscienza si trasformava: in pratica, una forma di intuitivo pranayama. Nella sua vita successiva Swedenborg ebbe modo di rendersi conto sempre più della dilatazione di coscienza che si produceva quando il respiro diventava più lento e si sincronizzava col battito cardiaco, e ne fece un uso costante.

L’incontro con la scienza
Il mondo accademico con cui Swedenborg venne in contatto all’università di Uppsala era quello dell’umanesimo svedese. In un certo senso arretrato rispetto a quello di altri paesi europei, dove le scienze già avevano scosso l’antico predominio delle materie umanistiche. In Svezia l’umanesimo, che per altro vi era giunto tardi rispetto al centro Europa, continuava a dominare incontrastato. L’insegnamento universitario offriva in quel tempo a Uppsala quattro campibase di studio: teologia, legge, medicina e filosofia. Quest’ultima comprendeva allora anche scienze e matematica, che non costituivano insegnamenti a se stanti. Anche Benzelius, il cognato di Emanuel Swedenborg, seguiva questa impostazione: storia antica e moderna, filosofia, letteratura, linguistica comparata, antichità nordiche. Benzelius era però uno spirito illuminato, che si occupava anche di scienza moderna e si adoperava perché a Uppsala le materie scientifiche avessero maggior spazio. Credeva nello sviluppo della scienza, era in corrispondenza con i rappresentanti dell’Europa scientifica e incitava i giovani talenti ad andare a studiare all’estero, raccomandandoli ai suoi collaboratori ed amici. Emanuel fu introdotto dal cognato nell’ambiente universitario, dove ben presto si distinse. Era in grado di scrivere in latino, la lingua colta del tempo, sia in prosa che in poesia, e in seguito imparò anche inglese, olandese, francese e italiano. Suonava l’organo ed era dotato di una grande versatilità. Le sue predilezioni si indirizzarono però rapidamente verso le scienze: matematica, geometria, astronomia, tecnica lo affascinavano. In questi campi, oltre al cognato, ebbe come maestro – specie per la fisica e la geologia un altro grande umanista svedese, Olav Rudbeck. Il suo modello però era l’ingegner Christopher Polhem, notevole personaggio stimatissimo da Carlo XII e autore di tutti i suoi progetti militari, minerari e navali. Swedenborg vide in lui la quintessenza della scienza moderna e desiderò subito conoscerlo e possibilmente diventare suo assistente. Su sua sollecitazione, il vescovo Jesper scrisse a Polhem pregandolo di accogliere il figlio nella sua casa e lo scienziato, che certamente doveva aver già avuto modo di apprezzare le doti del giovane, acconsentì di buon grado. E in effetti fra i due iniziò una fruttuosa collaborazione; Polhem apprezzava l’assistenza di Emanuel, specie nei progetti di meccanica per i quali lo trovava particolarmente versato. Contemporaneamente però veniva crescendo in Swedenborg il desiderio di un viaggio di studi in Inghilterra, dove la nuova scienza stava evolvendosi molto più celermente che in Svezia: qui insegnavano personalità come Newton, Halley, Flamsteed, qui c’erano gli osservatori, i laboratori, le attrezzature tecniche; soprattutto c’era la Royal Society che, sotto il patrocinio della corona, riuniva i rappresentanti delle scienze moderne. Benzelius aiutò molto il giovane cognato a realizzare questo viaggio: convinse il vescovo Jesper a lasciar partire il figlio e mise a disposizione di Emanuel le sue numerose conoscenze inglesi. Nel settembre del 1710, a 22 anni, Swedenborg partì finalmente per l’Inghilterra, pieno di progetti e di aspettative.

Gli studi all’estero
La meta tanto attesa non si presentò né facile da raggiungere né cordiale: la nave che da Goteborg doveva portare Emanuel a Londra si insabbiò davanti alla costa inglese e fu recuperata a costo di grandi rischi. Non basta: appena liberato, il veliero fu assalito da una nave corsara e saccheggiato. Appena finito l’arrembaggio, una nave inglese di sorveglianza costiera scambiò le vittime per pirati e sparò contro i poveri svedesi, fortunatamente senza gravi danni. Ma le sventure non erano finite. Dato che in Inghilterra si era diffusa la notizia di un’epidemia di peste in Svezia, tutte le navi svedesi dovevano stare sei settimane in quarantena prima di toccar terra. Aspettare più di quaranta giorni prima di toccare l’ambita meta? Mai più! Alcuni membri della comunità svedese a Londra, saputo del destino dei loro connazionali, un po’ sconsideratamente organizzarono una barca che collegava la nave in quarantena con la terraferma. Il giovane Emanuel ne approfittò subito e fu così che appena messo piede a  Londra fu arrestato dalla polizia, imprigionato e condannato all’impiccagione per il grave rischio cui aveva esposto gli inglesi. L’intervento di membri influenti della comunità svedese lo salvò fortunatamente dal patibolo, così che fu liberato e se la cavò con una grossa predica e una ancora più grande paura. Appena in libertà, si gettò con tanto maggior zelo nello studio e nella vita attiva. L’Inghilterra degli inizi del Settecento stava preparandosi ad assumere il ruolo di guida del mondo grazie all’impero coloniale appena conquistato. I beni di tutta la terra confluivano, attraverso le colonie, in Inghilterra. Contemporaneamente si diffondeva il predominio intellettuale: raffinati strumenti tecnici come telescopio e microscopio venivano continuamente sviluppati e migliorati, e le scienze che venivano insegnate nelle facoltà inglesi sembravano le chiavi destinate a capire il mondo. Appena stabilito e organizzato a Londra, il giovane Swedenborg cercò di entrare in contatto coi grandi della scienza del tempo. Newton era allora al culmine della sua gloria: membro del Parlamento e della Royal Society, riuniva in casa sua scienziati, filosofi e politici. Emanuel riuscì ad essere accolto in questo ambiente, cosa alla quale si era coscienziosamente preparato studiando tutti i libri di Newton. Frequentò inoltre l’osservatorio di Greenwich e il grande astronomo Flamstead che lo dirigeva e ci viveva conducendo una vita da eremita: Swedenborg ne divenne intimo. Conobbe Halley, che viveva e insegnava a Oxford, e per frequentarlo si trattenne in questa città vari mesi. Grazie alle raccomandazioni, allo zelo che dimostrava, al fascino personale che gli fu sempre proprio, alle grandi capacità che tutti gli riconoscevano, alla cultura che possedeva e all’acutezza di pensiero unita alle grandi doti di sintesi, riuscì a frequentare sempre gli ambienti scientificamente più elevati. A Londra il giovane Swedenborg condusse una vita piena, ricca di stimoli, di incontri, di studi. Di ogni cosa riferiva al cognato, e l’epistolario intercorso fra loro in quegli anni costituisce una miniera di notizie per la conoscenza del giovane Swedenborg, che ci appare uno spirito straordinariamente eclettico: oltre che di geografia, astronomia, chimica, fisica, cosmologia, si occupò anche di incisione, di architettura, della costruzione di orologi. Volle controllare con gli strumenti adatti i risultati delle scoperte dei grandi scienziati, acquisendo in questo modo una notevole abilità tecnica: fu sempre infatti un teorico, ma anche uno che sperimentava e ricercava sul campo. Nonostante la frenetica attività trovava anche il tempo di poetare in latino e di studiare la letteratura inglese: non abbiamo però notizia di incontri personali coi poeti del tempo. Più Swedenborg viveva all’estero, più la Svezia gli appariva antiquata e arretrata. Poliedrico, dotatissimo, diligente e consapevole del proprio valore, innamorato della scienza moderna e delle nuove scoperte, Emanuel non è più il ragazzo che qualche anno prima ha lasciato la Svezia. Il vescovo Jesper se ne rende conto, se ne addolora, il figlio gli appare un estraneo, e per farlo rinsavire e tornare in patria ricorre a un mezzo che si rivela in genere infallibile: gli manda meno denaro. Swedenborg se ne lamenta, ma non ritorna. Si adatta, riduce le spese, ma resta in Inghilterra e viaggia anche per il paese. Infine decide di abbreviare il soggiorno a Londra per conoscere anche Francia e Olanda. La sua meta principale è Parigi, con l’Acadèmie Royale, analoga alla Royal Society, coi suoi scienziati di grido. Andando a Parigi, si ferma in Olanda, ma di questo soggiorno non sappiamo molto. Di certo non si lasciò sfuggire l’occasione di allargare le sue conoscenze: «Sarebbe troppo lungo», scrive in una lettera al cognato, «citare tutti gli eruditi che ho conosciuto durante questo viaggio, dato che non ho mai perso l’occasione per incontrarli e neppure ho trascurato di visitare biblioteche, raccolte e altre cose interessanti». A Leida, dove soggiornò per un certo tempo, si occupò a fondo di ornitologia e imparò a rilegare i libri e a molare le lenti: da Londra, dove aveva appreso molte altre attività artigianali, aveva scritto al cognato: “E’ un peccato che i matematici si attengano quasi esclusivamente alla teoria. Spesso ho pensato che sarebbe molto vantaggioso se a ogni dieci matematici venisse affiancato un bravo tecnico, che collaborasse con loro. Quest’ultimo sarebbe più utile degli altri dieci messi insieme”. E a questo atteggiamento si attenne sempre. Finalmente raggiunse Parigi, dove rimase un anno. Era munito di raccomandazioni di amici svedesi e inglesi, e così gli si aprirono le porte dell’Acadèmie Royale. Non fu accolto come studente, ma come amico personale dei grandi scienziati inglesi, rivali per certi aspetti di quelli francesi. Poté raccontare, confrontare, fu lui stesso oggetto di curiosità,  tanto più che come svedese poteva considerarsi neutrale nella contesa tra inglesi e francesi per il predominio scientifico. Il suo unico desiderio era quello di imparare, e riuscì a frequentare grandi astronomi, matematici, architetti, filologi. Lasciò Parigi nell’estate del 1714 e prima di rientrare in Svezia volle incontrare Leibniz, che viveva ad Hannover in Germania: ma quando arrivò ad Hannover Leibniz era a Vienna, e così l’atteso incontro personale non avvenne. Swedenborg aveva trascorso quasi cinque anni all’estero, e nonostante le difficoltà aveva raggiunto i suoi scopi. Aveva soggiornato nelle capitali della scienza moderna, ne aveva conosciuto personalmente e frequentato i massimi rappresentanti, aveva appreso le più importanti lingue europee e le tecniche necessarie a proseguire i suoi studi. Conosceva perfettamente il livello degli studi scientifici del suo tempo e aveva elaborato progetti suoi. Tornava in  patria portando con sé un ricco bottino: disegni e progetti per invenzioni meccaniche, destinati a segnare l’inizio della sua attività in patria. Si trattava di invenzioni tecniche e meccaniche adatte alla situazione svedese e alle sue necessità: pompe, chiuse, forni, gru, strumenti per le miniere, la navigazione interna, la guerra, la difesa delle coste. A quel tempo le macchine che oggi risultano ovvie non esistevano: la tecnica era tutta da inventare e richiedeva fantasia, inventiva, doti artigianali, conoscenze scientifiche. Come dimostrano i suoi schizzi, Swedenborg possedeva in abbondanza tutto questo. Gli sforzi tecnicoscientifici del tempo erano tesi a questi scopi: trasferimento meccanico per terra, acqua e aria, trasporto meccanico di pesi, costruzione di armi meccaniche. Le grandi scoperte della tecnica moderna (automobile, aereo, mitragliatrice) occupavano le menti fin dall’inizio dell’evoluzione tecnica, e già Leonardo ci si era cimentato. Anche Swedenborg aveva ben presenti queste necessità e nel tempo progettò un’infinità di cose: uno strumento musicale universale, nuove tecniche di costruzione per le navi, una pompa ad aria, un nuovo tipo di sifone, un sottomarino di tipo militare, un orologio ad acqua, un ponte levatorio; addirittura una macchina volante, che suscitò molto interesse (4). ( 4) Swedenborg sapeva bene che per mancanza di forza motrice adeguata i tempi non erano maturi per la realizzazione di questo progetto, tuttavia era convinto che l’umanità un giorno avrebbe volato. In effetti Swedenborg si avvicinò alla soluzione del problema molto più di tanti altri prima e dopo di lui: non cercò infatti di imitare il volo degli uccelli, come avevano fatto tutti gli altri da Leonardo a Lilienthal, ma progettò una superficie alare rigida, a forma di volta, come poi è stata veramente realizzata. Nel 1897 negli USA fu costruito a grandezza totale una macchina volante secondo il modello di Swedenborg, che si alzò fino a 15 metri e dopo qualche decina di metri di volo precipitò. La macchina possedeva uno stabilizzatore, un meccanismo di manovra, una cabina di pilotaggio, ruote di atterraggio e un motore a elica! E questo era stato pensato nel 1716! Swedenborg era arrivato molto vicino alla soluzione. Il modello è ancora esposto allo Smithsonian Air Science Museum di Washington. 

Ritorno in patria e attività scientifica
Gli incontri coi grandi della scienza europea avevano sviluppato in Swedenborg più che l’ideale di una professione specifica, quello di un’attività indipendente di ricerca. Tuttavia, appena tornato in patria, attraverso il cognato suggerisce all’università di Uppsala l’istituzione di una facoltà scientifica «utile e necessaria come quella di filosofia e in grado di portare più utili di quella al Paese, attraverso la fabbricazione di manufatti, prodotti per le miniere, la navigazione, eccetera». Indica anche come reperire i fondi per una simile istituzione. Ritiene indispensabile soprattutto un insegnamento di matematica e meccanica, a scapito eventualmente di uno di teologia o lingua greca. Ha in mente anche la creazione nel suo Paese di qualcosa di analogo alla Royal Society o all’Acadèmie Royale. Proposte avveniristiche, che incontrano però l’opposizione dei docenti, per lo più conservatori. Anche il vescovo Jesper, già urtato per la prolungata assenza del figlio e i suoi orgogliosi progetti, vede il diavolo dietro alle nuove invenzioni che egli progetta e alle innovazioni che ha in mente. Rifiuta quindi di sovvenzionarlo oltre e tra padre e figlio si crea da questo momento una spaccatura insanabile, nonostante l’intermediazione e i buoni uffici dell’ottimo e sempre disponibile Benzelius. I progetti che Swedenborg ha portato con sé tornando in patria non trovano quindi subito l’accoglienza che il giovane si sarebbe atteso. La cosa più positiva dell’anno successivo al suo ritorno in Svezia fu la ripresa del contatto con Polhem, tuttora il primo scienziato svedese, col quale fondò la prima rivista scientifica della Svezia, dal titolo Il Dedalo Iperboreo (cioè, il Dedalo Nordico), che uscì dal 1716 al 1718. Molto intelligentemente, Swedenborg vide in questa rivista la possibilità, di diffondere le proprie idee e le proprie invenzioni, e vi lavorò con grande zelo, pubblicandovi i suoi studi su tutti i tipi di macchina che aveva progettato, compresi quelli sul volo. Il genio di Swedenborg fu scoperto da Carlo XII, il genio politico della Svezia. Il giovane sovrano non si occupava solo di politica, ma si interessava vivamente degli sviluppi della scienza. Era personalmente esperto di matematica e aveva un acuto senso scientifico. Amava circondarsi di uomini di scienza e arte: tra questi c’era naturalmente anche Polhem e con lui Swedenborg, che ebbe così modo di parlare al re dei suoi progetti personali, trovando presso di lui quello che non aveva trovato presso gli scienziati: comprensione per il progetto di creare in Svezia una Società di eruditi analoga a quelle di Londra e di Parigi, destinata a contribuire al miglioramento della cultura e al benessere della nazione; comprensione anche per i suoi progetti scientifici, che affascinarono il re per la novità e l’utilità economica e militare. Carlo XII divenne regolare lettore del «Dedalo». Con Polhem e il suo aiutante il re discuteva di economia e di trasporti e del loro miglioramento, e Polhem fu incaricato di progettare imprese di enormi proporzioni: costruzione di un cantiere navale presso Karlkrona, creazione di chiuse sul corso del Gote, che sfocia nel Kattegat e ha varie cascate. Swedenborg, come aiutante di Polhem, fece le misurazioni e collaborò ai calcoli e ai disegni. In premio per la sua opera, il re lo nominò assessore straordinario al Collegio delle Miniere, posizione di primo piano essendo le miniere il cespite primo dell’economia svedese. Swedenborg si era finora occupato solo occasionalmente di miniere: suo padre aveva una partecipazione a certe miniere di ferro, e lui aveva già fatto alcune invenzioni in questo campo, senza però dedicarvisi sistematicamente. Il nuovo incarico lo entusiasmò: aveva un posto sicuro, un buon guadagno e la possibilità di lavorare e sperimentare. A quel tempo infatti presso le università svedesi non c’erano laboratori di ricerca, officine e attrezzature meccaniche, però il Collegio Svedese per le Miniere aveva un suo laboratorio, che serviva a fare analisi chimiche e fisiche dei metalli e a migliorare le tecniche di estrazione. Swedenborg aveva così finalmente quello che aveva tanto desiderato: poteva collaborare coi migliori tecnici svedesi e dar libero sfogo alla sua inventiva e al suo desiderio di rendersi utile alla patria. La nomina di Swedenborg ad assessore straordinario alle miniere non avvenne senza proteste: ci fu tra i colleghi chi si oppose appellandosi all’inesperienza del giovane, ma il re non era disposto a mettere in discussione il suo potere assoluto e inoltre credeva nelle capacità di Swedenborg. Del resto la genialità del giovane assessore vinse tutte le resistenze dei colleghi. Presto Swedenborg fu in grado di dimostrare al re la propria personale abilità anche in altri campi: nel 1718, in occasione del conflitto con la Norvegia, inventò un modo per trasportare su rulli per monti e valli due galere, cinque barconi e una scialuppa per oltre venti miglia, fatto che risultò assai utile e accrebbe ulteriormente la stima del re. Carlo XII e Swedenborg divennero amici, e questa amicizia fu continuamente rafforzata da incontri e scambi di idee quasi quotidiani. Nel frattempo Swedenborg prese ad occuparsi sistematicamente di miniere e scrisse anche uno studio descrittivo della situazione mineraria svedese. Occupandosi di miniere, finì per dedicarsi anche ai reperti fossili calcificati che venivano fuori scavando i minerali e che testimoniavano di epoche passate; da questo studio, da eclettico qual era, passò a calcoli sull’età della terra e a quelli delle epoche arcaiche. Continuò queste indagini ogni volta che ne ebbe l’occasione, praticamente ad ogni viaggio che compiva per visitare le miniere. Non per questo abbandonò gli studi di matematica e astronomia, e anzi progettò un osservatorio in Svezia, che però non fu subito realizzato per mancanza di fondi; la sua realizzazione fu rimandata a tempi migliori e poi accantonata con la morte del re. Swedenborg continuò tuttavia gli studi astronomici coi mezzi che aveva a disposizione e fece varie pubblicazioni in materia. Negli stessi anni si occupò di anatomia dei nervi e delle membrane, e ne fece una pubblicazione che suscitò molto interesse. Sperimentò sempre sul campo, scese in miniera, misurò personalmente le maree, smantellò pietre per ricercare metalli e fossili, misurò i movimenti degli astri, facendosi guidare soltanto dai fatti: ricavò sempre la teoria dalla pratica. Anche quando i suoi interessi cambiarono indirizzo e abbandonata la scienza si dedicò all’introspezione e alle visioni, conservò questo modo di operare e valutare. Fu insieme teorico e pratico, una mente complessa, simile per molti aspetti a Leibniz, per il quale aveva una grande ammirazione.

Dopo la morte di Carlo XII
La morte precoce e improvvisa del re, che morì in battaglia nel 1718, non limitò l’attività di Swedenborg. Non era più l’amico personale del re, tuttavia quello che aveva fatto finora giustificava la sua posizione di assessore. I suoi progetti però venivano ora accolti con una certa freddezza: egli era, ed era sempre stato, un «outsider» del mondo accademico e aveva sempre considerato poco appetibile per sé un insegnamento universitario, che fra l’altro Carlo gli aveva offerto in alternativa alla carica di assessore e che lui aveva rifiutato in quanto come assessore conservava tutta la sua libertà. Questo suo distacco dal mondo accademico fece sì che negli anni successivi, pur essendo ormai famosissimo in patria e all’estero, la Società di scienziati che voleva fondare e alla quale teneva tanto fu creata a Uppsala senza di lui, e lui fu invitato a farne parte solo nel 1729: lo fecero attendere ben cinque anni! Mutata la situazione in patria, Swedenborg non si perde d’animo e volge gli occhi nuovamente all’estero: finora la sua posizione presso il re l’aveva completamente appagato e aveva pubblicato solo in svedese perché gli bastava l’attività in patria e il favore reale. Ora i suoi progetti si ampliano: vuole tradurre i suoi scritti in latino o francese e spedirli all’estero per poter partecipare ai dibattiti delle accademie di Parigi, Londra e Berlino. Vuole tornare all’estero come esperto di miniere, e in certi momenti addirittura pensa di lasciare la Svezia e di stabilirsi in un altro paese. La morte improvvisa ed inattesa di Carlo l’ha messo sì in situazione di crisi, ma gli ha fatto trovare i modi e le forze per reagire in maniera forte e positiva. In quegli anni non facili avviene anche la frattura con Polhem, il quale vede ormai in Swedenborg non più un assistente, ma un rivale. A questa separazione può aver contribuito anche un altro fatto: frequentando la casa dello scienziato, Swedenborg si era innamorato di sua figlia Emerentia, una ragazzina di appena 13/14 anni, che l’aveva rifiutato. Swedenborg smise di frequentare la casa del suo antico maestro, non solo: fece anche solenne promessa di  non sposarsi mai. E la mantenne. Il nuovo sovrano Federico I non mancò tuttavia di riconoscere i meriti di Swedenborg, il quale col tempo rinunciò al suo progetto di stabilirsi all’estero. Non rinunciò però a recarvisi con frequenza per partecipare a incontri scientifici, far stampare le sue numerose opere, visitare  le miniere straniere e le industrie metallurgiche, incontrare studiosi e scienziati. Tra il 1720 e il 1724, anno in cui ha inizio la sua metamorfosi, visita Amburgo, Amsterdam, Kopenhagen, Colonia e Lipsia: si reca poi a Berlino, Dresda e Praga, soggiorna per tre anni interi in Italia, soprattutto a Roma; torna periodicamente a Londra e fa un lungo soggiorno anche a L’Aia. In tutti i suoi viaggi cerca di informarsi a fondo della situazione scientifica e del livello della ricerca dei paesi visitati. Acquista libri scientifici e anche di metafisica e cosmologia. Conosce i sapienti del tempo. Impara e insegna, vuole e cerca lo scambio di informazioni. E’ animato da un ardore faustiano e vuole conoscere il mondo e «la forza che lo tiene insieme». In rapida successione appaiono le sue grandi opere scientifiche: testi di matematica, geologia, cristallografia (una scienza che contribuì a fondare), fisica, mineralogia, un poderoso lavoro sul ferro, che ancora decenni dopo fu ripubblicato dall’Acadèmie Française come il miglior testo disponibile sull’argomento. Si occupò di anatomia e non perse di vista neppure la filosofia e lo studio di quelli che chiamò «i primi inizi delle cose naturali». Di grande interesse i suoi pensieri sulla crescita del nostro sistema solare e sulle grandi nebulose a spirale: espose infatti nelle sue opere la «teoria nebulare» ben prima che altri lo facessero. E tuttavia oggi si parla a questo proposito solo di «teoria KantLaplace »... Il libro di algebra che pubblicò nel 1718 è il primo in assoluto apparso in Svezia. Tutte le sue opere appaiono in latino e vengono pubblicate soprattutto all’estero (5). Le accademie gli aprono le porte: è ormai un uomo arrivato, la sua compagnia è ricercata ovunque si rechi, le riviste scientifiche fanno a gara per presentare i suoi libri e i suoi studi. Ma proprio quando, dopo tanto lavoro, ha raggiunto tutto questo, inizia una nuova fase nella sua vita di uomo e ricercatore.

La metamorfosi
A 56 anni, nel 1744, Swedenborg era quello che si dice un uomo arrivato e aveva raggiunto il culmine della carriera scientifica: era universalmente stimato e ammirato, in stretto rapporto con la corte svedese e i maggiori letterati, filosofi e scienziati d’Europa. Era amico dei membri del Parlamento svedese, e membro lui stesso della Camera dei Nobili. Conosceva otto lingue e il suo «smoderato desiderio» (sono sue parole) di approfondirsi in tutti i campi dello scibile aveva fatto di lui una mente enciclopedica, certamente uno dei protagonisti del Settecento europeo. ( 5) L’opera non religiosa di Swedenborg comprende ben 150 titoli. Considerandola globalmente si nota una ben precisa progressione: meccanica, matematica, mineralogia, cristallografia, fisica, geometria, chimica, astronomia, cosmologia, biologia, anatomia (particolarmente importante una sua opera sul cervello), filosofia, psicologia. Le opere religiose sono 36, per un totale di circa 20.000 pagine. Aveva raggiunto la sicurezza economica e sociale: si era costruito una casa di campagna presso Stoccolma, dove viveva quando era in patria e dove poteva lavorare e meditare senza essere disturbato. Era del resto di abitudini sobrie e modeste, non beveva ed era di gusti alimentari semplicissimi. Aveva al suo servizio due persone, marito e moglie, che si occupavano della casa, dell’orto e del giardino. Essendo rimasto celibe (non fu mai però un misogino, e anzi il suo Diario dei sogni rivela impulsi erotici molto chiari, motivo per cui quest’opera per molto tempo è stata ritenuta troppo scabrosa...), non era legato ai tempi di una famiglia per cui non aveva mai orari regolari e di riposo. Era però molto socievole, amava la compagnia, riceveva spesso visite ed era sovente invitato a cena nelle case degli amici, dove si recava con piacere. Nei quarant’anni in cui si era dedicato alla scienza, Swedenborg non si era più occupato di religione. All’ardore mistico infantile era subentrato un totale ribaltamento di interessi, con esclusione forse volontaria di ogni atteggiamento di fede per non influenzare in alcun modo la ricerca scientifica. Si era anche allontanato da ogni pratica religiosa, e occorse veramente una particolare «chiamata» perché cambiasse radicalmente il suo atteggiamento. Come si intuisce dalle sue opere, aveva continuato a credere in un Dio creatore e in una vita dopo la morte, ma per decenni non aveva sentito la necessità di confrontarsi direttamente con questi problemi. Del resto anche dopo la sua metamorfosi rimase sempre lontano da ogni dogmatismo, dai libri di teologia e dalle dispute del tempo: da scienziato Swedenborg divenne un mistico, uno cioè che fa esperienza diretta di Dio senza bisogno di intermediari  (6). Alla crisi religiosa Swedenborg arrivò quasi inavvertitamente, quando dopo aver studiato la natura si mise alla ricerca del principio unificatore che tutto collega, e dallo studio del corpo umano volle passare a quello della psiche e dell’anima. La crisi religiosa non arrivò di colpo – maturava certamente da tempo, covava sotto la cenere e la visione che segnò la metamorfosi definitiva trovò un terreno già predisposto, quasi in attesa. I primi segni di un cambiamento radicale di orizzonti furono i sogni: quelli di cui ci ha lasciato testimonianza nel suo Diario. Da precursore anche in questo campo, Swedenborg ne riconobbe il carattere particolare e tentò di interpretarli: erano sogni che gli portavano intuizioni e simbolicamente gli preannunciavano nuovi indirizzi: come il sogno che fece tra il 25 e il 26 marzo 1744, in cui vide se stesso prendere una chiave con la quale riusciva ad aprire una porta chiusa. Sono spesso i sogni che lo aiutano nel suo lavoro scientifico, esprimono le sue intuizioni, gli tra( 6) Non va dimenticato che in casa del vescovo Jesper non si respirava l’aria dell’ortodossia luterana tipica del tempo, ma quella del pietismo, che privilegiava l’esperienza intima, la misericordia, la pietà, la fede vissuta. Quindi la «chiamata» riportò Swedenborg a una matrice nota, a un terreno congeniale.  smettono messaggi fondamentali per la sua evoluzione. Oltre ai sogni, in questo primo periodo della sua crisi ci sono le visioni della luce: è una sorta di illuminazione interiore, abbinata a visioni di luci o fiamme. Tali visioni lo accompagneranno anche in seguito e saranno sempre per lui un segno della conferma divina delle sue intuizioni. Si rende conto che sogni e visioni gli trasmettono una conoscenza superiore e comincia a tendere esclusivamente ad essa. Si dedica alla meditazione e riprende a praticare la «respirazione spirituale» che da bambino usava intuitivamente e gli consentiva di rendere più intensa la preghiera (7). Ovvio che sogni e visioni di luce producano in Swedenborg conflitti interiori: è uno scienziato dedito alla ricerca empirica e all’osservazione attenta dei fenomeni naturali e il nuovo indirizzo non può che turbarlo. Nel tempo però sogni, intuizioni, illuminazioni e visioni divengono sempre più ricchi, ampi, completi, lo coinvolgono sempre più, lo convincono che in lui si sta operando una metamorfosi destinata a renderlo degno di accogliere rivelazioni superiori, e capace di trasmetterle. Il nuovo stato d’animo lo porta a rileggere la Bibbia e a frequentare di nuovo la chiesa. La figura dei padre, il quale finché era vissuto aveva disapprovato il corso che aveva preso il suo pensiero e con cui per anni c’erano state tante incomprensioni, gli appare ora come una guida sicura. Nel marzo del 1744 il padre gli appare più volte nelle visioni: lo chiama, lo abbraccia e lo invita a cambiare modo di vedere e ad accettare la missione spirituale prevista per lui. Come testimonia il Diario dei sogni, sogni e visioni non sono sempre sereni, a volte anzi sono nettamente angosciosi, segno evidente della sua lotta interiore, della sua insicurezza, del suo desiderio di superare dubbi e incertezze per affrontare la nuova via che gli si prospetta. Sono espressione della sua paura di commettere errori, sono le tentazioni della carne che ancora si ribella, il suo desiderio di purezza interiore. La crisi definitiva lo coglie mentre sta preparando la pubblicazione del Regnum animale, la grande opera scientifica risultato di anni e anni di studi e ricerche sulla vita organica, l’anatomia dell’organismo umano e animale, le funzioni degli organi e del cervello. Un’opera destinata ad esaltare la gloria di Dio attraverso la natura da Lui creata. Nella notte tra il 6 e il 7 aprile, dopo tentazioni e angoscie per superare le quali ha invocato l’aiuto divino, gli appare Cristo, il Dio liberatore che si rivela all’uomo. E’ la notte di Pasqua, e Swedenborg viene colto da un tremito violento in tutto il corpo accompagnato da un fruscio come di vento. Un’estasi celeste lo invade e si accorge di parlare senza che sia lui a pronunciare le parole: «O Tu Gesù Cristo onnipotente, che ( 7) Alla respirazione Swedenborg attribuì sempre molta importanza e in Arcana Coelestia espresse la sua dottrina della doppia respirazione: ogni uomo ha una respirazione esteriore e una interiore. La prima è del mondo, la seconda del cielo. Quando l’uomo muore, la respirazione esteriore cessa, mentre quella interiore, che durante la vita terrena è rimasta silenziosa e non percepibile, continua. nella Tua grande pietà sei venuto a visitare questo peccatore, rendimi degno della Tua grazia!». Swedenborg prega ed ecco che sente una mano stringere la sua: «O Tu che hai promesso di accogliere nella tua grazia i peccatori, non puoi fare altro che mantenere la Tua parola!». Allora, racconta Swedenborg nel suo Diario Spirituale (scritto esclusivamente ad uso personale e pubblicato solo dopo la morte del suo autore), «fui sul Suo petto e lo guardai in volto! Era un volto di tale espressione di santità che non so descriverlo. Sorrideva e credo che quello fosse proprio il suo viso quando viveva sulla terra. Egli si rivolse a me e mi chiese se avevo il “lasciapassare sanitario”, e io risposi: “O Signore, lo sai meglio di me”, al che Lui rispose: “Fallo dunque”, e io capii: “Fai quello che hai promesso”. “O Signore, dammi la Tua grazia perché ne sia capace!”». Il richiamo al «lasciapassare» è un ricordo dell’esperienza avuta da Swedenborg quando da ragazzo era andato a studiare in Inghilterra: era entrato a Londra senza il lasciapassare sanitario, lui che veniva da un paese dove imperversava la peste, e questa impresa gli era quasi costata la vita. Ora, dopo tentazioni e angoscie, sta per approdare alle rive del mondo spirituale, e gli viene chiesto se ha il lasciapassare, cioè se è degno di entrare e pronto a farlo, se ha superato la quarantena delle tentazioni e dei dubbi. Questa visione segna la svolta definitiva nella vita di Swedenborg, il quale si rende conto che ciò che conta e che salva non è il sapere scientifico cui finora ha dedicato tutto se stesso, ma la conoscenza del Dio personale che gli si è manifestato sotto l’immagine del Figlio. Non più il Dio oscuro e misterioso che governa le leggi della natura, ma Cristo che ha visto in volto e che diviene d’ora in avanti il centro dei suoi pensieri e della sua vita. Il suo orgoglio di scienziato svanisce come neve al sole, e Swedenborg si volge al compito che lo attende. Non ha però ancora un’idea chiara della missione alla quale si sente chiamato: è pronto al compito, ma ancora non lo conosce, esso gli risulta ancora indefinito. Dentro di lui tutto cambia: è pervaso di gioia profonda, cerca di rendersi degno della visione che gli è stata concessa. Esteriormente la sua vita resta quella di sempre, non parla a nessuno delle sue esperienze, e nel Diario Spirituale scrive: «Nel frattempo fui sempre in società come prima e nessuno poté notare il minimo cambiamento in me. Questa fu grazia di Dio». Attraverso i sogni comincia a capire che il suo compito è «scrivere di ciò che è superiore, e non di cose terrene... Possa Dio illuminare i miei dubbi, perché io sono ancora in una certa oscurità sulla direzione che devo prendere». Come testimonia il Diario, il 1744 trascorre in questa tensione. Swedenborg prega, si interroga, attende, studia la Bibbia. Nel 1745, mentre è a Londra, grazie a un’altra visione supera definitivamente la crisi. E’ la metà di aprile, è passato un anno esatto dalla prima visione. In quest’anno Swedenborg ha pubblicato il terzo volume del Regnum Animale e i due volumi di Della saggezza e dell’amore di Dio. Ecco, con le parole di Swedenborg, l’esperienza determinante: «Ero a Londra e stavo pranzando nel mio abituale ristorante. Ero affamato e mangiavo con grande appetito. Verso la fine del pasto mi accorsi che una specie di nebbia mi si faceva davanti agli occhi. La nebbia divenne più fitta e io vidi il pavimento della stanza coperto dei più orribili animali striscianti, serpenti, rospi e simili. Io ero stupefatto, perché ero in piena coscienza. Poi l’oscurità divenne più completa per sparire infine completamente, e ora in un angolo della stanza vidi seduto un uomo che mi terrorizzò con le sue parole. Mi disse infatti: «Non mangiare tanto!». Poi tutto si oscurò di nuovo, ma di colpo si rifece luce e mi ritrovai solo nella stanza. Questa visione mi indusse a tornare rapidamente a casa. Durante la notte mi si ripresentò lo stesso uomo, il quale mi disse che era Dio, il creatore del mondo e redentore, e che mi aveva scelto per spiegare agli uomini il senso spirituale delle Sacre Scritture; lui stesso mi avrebbe dettato quello che avrei dovuto scrivere su questo soggetto. In quella stessa notte, per convincermi, mi fu mostrato il mondo spirituale, l’inferno e il cielo, dove incontrai parecchie persone di mia conoscenza e di tutti i ceti sociali. Da quel giorno rinunciai a ogni interesse scientifico terreno e lavorai soltanto alle cose spirituali, secondo quello che il Signore mi aveva ordinato. In seguito il Signore aprì gli occhi del mio spirito, così che mi trovai in grado di vedere mentre ero pienamente desto quello che avviene nell’altro mondo, e di parlare con gli angeli e gli spiriti».

Il veggente
Si può affermare che tutta l’opera scientifica finora compiuta da Swedenborg costituisca una sorta di preparazione a quello che doveva essere l’autentico compito della sua vita, quello per il quale è rimasto famoso. Nella sua carriera di scienziato aveva acquisito capacità di osservazione, di analisi e di sintesi, sapeva autodisciplinarsi e valutare il valore del proprio lavoro e delle teorie che formulava; aveva una notevolissima abilità organizzativa e una straordinaria capacità di lavoro. Sapeva come si prepara un manoscritto, era in grado di confezionare copie perfette pronte per la pubblicazione. Era pronto per il gran balzo. La visione di Londra gli diede le ali: ora sapeva in che cosa consistesse il compito che lo attendeva. Doveva rivelare il vero senso della Bibbia e descrivere l’altra dimensione: spiriti e angeli saranno d’ora in poi suoi maestri. La sua vita ha uno scopo nuovo, al quale si dedica con tutto se stesso. Lo scienziato diventa mistico, veggente e profeta. Col tempo le visioni si fanno più nitide, le certezze interiori sempre più salde, il contatto con l’altra dimensione, gli angeli e gli spiriti dei trapassati sempre più agevole e «normale». Cresce in lui la consapevolezza della propria vocazione e del proprio compito. Egli stesso molti anni dopo, nel 1769, descrisse come fosse avvenuta la trasformazione: «Mi fu chiesto come mai io che ero filosofo sia diventato un teologo. Risposi che ciò avvenne allo stesso modo in cui i pescatori furono fatti dal Signore suoi discepoli e apostoli; e aggiunsi che fin dalla prima gioventù ero stato un pescatore spirituale. Richiesto che cosa io intenda per pescatore spirituale, risposi che intendo con ciò un uomo che indaga le verità naturali e le verità spirituali, e le insegna». Swedenborg si sente quindi un nuovo apostolo e anche in seguito sottolineò sempre l’analogia delle sue visioni con quelle dei profeti biblici e degli apostoli. Si convinse addirittura che la sua opera dilatasse e completasse il piano di salvezza del Signore. Modesto e mite nella vita quotidiana e nel rapporto col prossimo, ha un alto concetto della propria missione, che ritiene destinata ad aprire una nuova era. Tutto ora gli sembra un impedimento al nuovo compito: i vecchi impegni, la professione, le cariche avute finora. Adesso deve dedicarsi soltanto alle visioni che il suo occhio interiore gli rivela e all’illustrazione del vero senso della parola divina: già nel 1747 pubblica Arcana Coelestia, dedicata appunto a questo fine. Nello stesso anno dà le dimissioni dal Reale Collegio delle Miniere, giustificandole con altri compiti che non definisce. Le dimissioni vengono accettate con rammarico, ma il mutamento di Swedenborg, nonostante la sua riservatezza, non passa inosservato. Del resto lui sa bene quello a cui va incontro: il destino di tutti i profeti e i visionari è stato sempre quello di essere presi per pazzi. E l’epoca in cui egli dava inizio alla sua attività non era certo la più adatta ad accettarla: siamo infatti in pieno Illuminismo, in piena età dei lumi, in pieno empirismo e materialismo. La ragione umana indaga e rivela tutto, smaschera miti e leggende, non crede più ad angeli e demoni, mette al bando la magia. Swedenborg sa bene che lo prenderanno per pazzo, ma non può fare a meno di fare quello che fa. E’ interessante a questo proposito riportare le parole che egli disse al conte di Höpken, rappresentante tedesco alla corte svedese, il quale gli aveva chiesto come mai avesse pubblicato i suoi scritti visionari che per tanti non erano altro che menzogne e illusioni: «Ho ordine dal Signore di scriverli e pubblicarli. Non creda che senza questo espresso ordine mi sarebbe mai venuto in mente di far cose di cui so in anticipo che saranno prese per menzogne e mi renderanno ridicolo agli occhi di molti. Così facendo però ho la soddisfazione di aver ubbidito all’ordine del mio Dio... ». Per uno scienziato del suo rango, il rischio di esser ritenuto pazzo e ridicolizzato è quanto di peggio possa accadere: tuttavia lui l’accetta, e non si può negare che questo sia un segno di grande umiltà e una prova dell’autenticità della sua missione. Il «caso Swedenborg» fece epoca anche tra i teologi; pochi anni prima di morire il veggente fu addirittura accusato di eresia da certi parroci che non riuscivano ad accettare la realtà del suo contatto con l’altra dimensione. Swedenborg comunque sopportò sempre: i suoi angeli lo rassicuravano dicendogli che niente di male gli sarebbe accaduto. E del resto, essendo un laico, poteva permettersi di scrivere più cose di quante se ne sarebbe potute permettere un sacerdote. Nonostante queste polemiche, non perse la stima dei suoi amici e  della Corte svedese e continuò a condurre praticamente la vita che aveva sempre condotta, anche se essa si fece sempre più silenziosa e riservata. Nella sua casetta in campagna conduceva un’esistenza sempre più spartana: lavorava tutto il giorno, dormiva al freddo e appena si svegliava si preparava da solo il caffè, di cui faceva un grande consumo, e si metteva al lavoro. Solo nel suo studio c’era sempre il caminetto acceso, e lui stesso provvedeva personalmente ad alimentarlo. Swedenborg godette sempre di un’ottima salute e a 84 anni, l’età in cui morì, era ancora agile e svelto come un giovanotto. I piccoli disturbi che aveva, per esempio il mal di denti, li attribuiva ai demoni, come al tempo suo aveva fatto suo padre, e quindi non li curava. Problemi economici non ne aveva: oltre a poter contare su una discreta eredità paterna (il vescovo Jesper aveva avuto delle quote di certe miniere), il re gli aveva concesso fino alla morte la metà del suo stipendio di assessore. Poté così continuare a viaggiare come aveva sempre fatto e a pubblicare i suoi libri in proprio. Come abbiamo detto, non viveva da solitario: riceveva spesso visite dagli amici, da lettori dei suoi libri, da studiosi svedesi e stranieri che volevano conoscerlo, da curiosi. Frequentava con piacere la società ed era sempre allegro e piacevole, galante con le signore. La sua presenza era carismatica, suscitava immediatamente rispetto e ammirazione e anche chi non credeva in lui restava incantato ad ascoltarlo quando parlava del mondo degli spiriti. Continuò a viaggiare molto, specie in Olanda e in Inghilterra, dove faceva pubblicare le sue riviste. Viaggiava naturalmente per mare, e si racconta che quando lui era a bordo il tempo fosse sempre buono e il vento favorevole, e i viaggi veloci e sicuri: lui ne attribuiva il merito ai suoi angeli! All’estero prendeva in affitto un paio di stanze e vi conduceva lo stesso semplice tipo di vita che conduceva a Stoccolma. Le visioni che lo accompagnarono fino alla morte avvenivano in questo modo: mentre quelle dei mistici avvengono in genere in stato di estasi, con esclusione quindi della coscienza vigile, quelle di Swedenborg avvenivano in piena consapevolezza. Era quindi contemporaneamente cittadino della terra e del cielo e aveva rapporti sia con gli uomini che con gli angeli. Vedeva al tempo stesso il visibile e l’invisibile. Il più delle volte le sue visioni avvenivano in stato di veglia, a occhi aperti, altre volte a occhi chiusi, oppure tra veglia e sonno. Qualche volta «vedeva» in sogno: un sogno tutto speciale, quello che oggi chiameremmo un sogno lucido. In questi casi, e solo in questi, la coscienza diurna era offuscata. Le visioni gli trasmettevano insegnamenti che egli poi sistematizzava nei suoi scritti; altre volte «vedeva» immagini che poi gli angeli gli spiegavano. In lui la visione nasceva dalla contemplazione, dalla meditazione sui problemi e gli argomenti sui quali si concentrava. Era quindi in grado di controllare le proprie visioni, che non lo  coglievano improvvisamente, ma venivano richiamate dal suo pensiero o dalla preghiera. Oltre che gli angeli, vedeva i defunti e si intratteneva con loro. Aveva la possibilità di incontrare volontariamente determinati defunti, ma non lo fece mai per soddisfare mere curiosità. Dopo aver avuto le visioni, scriveva a gran velocità: lui stesso affermava di usare una sorta di scrittura automatica. A chi si stupiva che i suoi manoscritti non mostrassero correzioni di sorta, spiegava che lui era soltanto un «segretario» e scriveva quanto gli veniva dettato. Fino alla morte ebbe una produzione letteraria copiosissima, che si spiega soltanto ipotizzando un automatismo. Queste sue visioni, che gli lasciarono sempre una personalità integra e serena e che egli espose così bene nei suoi scritti, non sono certo indice di disturbo mentale o psicopatologico. Una prova ulteriore del valore è rappresentata dall’influsso che esse esercitarono sulla letteratura nordica e anglosassone, specie quella romantica, e su personalità quali Goethe, Balzac, Strindberg e C.G. Jung. E’ bene precisare che Swedenborg non intese mai fondare una «nuova chiesa», ma semplicemente fare nuove formulazioni di fede, sulla base di quanto gli veniva detto e mostrato: le varie «Società Swedenborg» esistenti in alcune nazioni europee e negli Stati Uniti (8) sono sorte molti anni dopo la sua morte, avvenuta a Londra il 29 marzo 1772.

L’ultimo viaggio
A 82 anni, nel 1770, Swedenborg affrontò il suo ultimo viaggio all’estero. Evidentemente sentiva che non sarebbe tornato in Svezia, perché prima di partire prese congedo dagli amici più cari, provvide a dare una pensione alla coppia dei suoi fedeli servitori, fece testamento e disse al suo vecchio amico e vicino di casa: «Non so se tornerò; però posso assicurarti, giacché il Signore me l’ha promesso, che non morirò finché non sarà pubblicato questo libro che è ormai pronto per la stampa». Si riferiva al manoscritto di Vera christiana religio, che apparve in Olanda nel 1771. Un conoscente andò a trovare Swedenborg ad Amsterdam durante la stampa del libro e riferì che il veggente, nonostante l’età avanzata, lavorava indefessamente alla lettura e alla correzione delle bozze. Stampata l’opera, Swedenborg lasciò Amsterdam e nel settembre 1771 raggiunse Londra. Qui, come era sua consuetudine, prese alloggio presso una famiglia e continuò a lavorare ai suoi libri. In dicembre lo colse una paralisi, che lo lasciò per tre settimane in stato di incoscienza e gli tolse la parola. Nel corso dei mesi successivi, tuttavia, Swedenborg si riprese e ricominciò a parlare. Fu durante questo periodo che avvenne l’episodio di John Wesley, ( 8) Per l’elenco e gli indirizzi delle «Società Swedenborg», che curano fra l’altro la pubblicazione in varie lingue (specie inglese, francese e tedesco) delle opere del veggente, si veda l’appendice nelle ultime pagine di questo volume. Ministro della chiesa anglicana, al quale Swedenborg preannunciò che la sua morte sarebbe avvenuta il 29 marzo 1772. Swedenborg aveva allora 84 anni; la malattia durò qualche mese, ma egli rimase lucido fino alla fine. Durante quel periodo, il noto pastore metodista John Wesley ricevette con sua grande sorpresa una lettera di Swedenborg che diceva: «Signore, sono stato informato nel mondo degli spiriti che lei desidera avere una conversazione con me». La sorpresa di Wesley derivava dal fatto che, sebbene la cosa rispondesse a verità, lui non aveva mai manifestato a nessuno il suo grande interesse per Swedenborg. Rispose allora che stava per partire per l’America, ma che al suo ritorno in aprile sarebbe stato felice di incontrare il veggente. Al che Swedenborg rispose che non sarebbe stato possibile perché il 29 marzo lui avrebbe lasciato la vita terrena. Il che puntualmente avvenne. A un visitatore che gli chiedeva se ciò che aveva scritto fosse vero, Swedenborg, pochi giorni prima di morire, disse: «Così come voi vedete veramente me davanti ai vostri occhi, altrettanto vero è ciò che ho scritto. E avrei potuto dire di più se mi fosse stato permesso. Quando entrerete nell’eternità, vedrete ogni cosa personalmente, e allora voi ed io avremo molte cose su cui discutere». Spirò serenamente, dopo aver ricevuto i sacramenti dal ministro della chiesa svedese a Londra e fu sepolto sotto l’altare di questa stessa chiesa. Come abbiamo già riferito, le sue spoglie furono traslate in Svezia nel 1910.

Il medium
Quest’uomo dotato di un carisma particolarissimo e unico che lo trasformò da scienziato in veggente, è stato anche uno dei soggetti più dotati e interessanti che si conoscano nel campo dei fenomeni paranormali. Tra i suoi  contemporanei ci fu senza dubbio chi lo considerò un allucinato, però è certo che quando le sue comunicazioni soprannaturali potevano essere controllate risultavano infallibilmente esatte. Swedenborg affermava di poter parlare con spiriti di trapassati che gli apparivano regolarmente. La biografia del veggente scritta da Christian Cuno, industriale svedese che per tutta la vita fu suo intimo amico, contiene una casistica molto interessante che riportiamo. In Svezia si era per esempio sparsa la voce che il re del Portogallo avesse fatto mettere a morte il vescovo di Coimbra: Swedenborg però affermò di aver parlato col Papa, morto da pochi giorni, e di aver saputo che la notizia non era vera. Si seppe poi che le cose stavano proprio come Swedenborg aveva affermato. Un’altra volta, nel 1762, Swedenborg si trovava ad Amsterdam tra molte persone, quando cambiò improvvisamente espressione e rimase a lungo assorto in qualcosa che doveva evidentemente essere terribile. Quando si riprese, gli fu chiesto cosa fosse successo, e lui dopo qualche attimo di esitazione rispose: «Lo zar Pietro III è stato strangolato in questo momento in prigione». La notizia fu in seguito confermata dai giornali: il fatto era avvenuto nello stesso giorno e nella stessa ora in cui il veggente aveva avuto la sua visione. Altri tre fatti di grande rilievo sono narrati nel famoso Sogni di un visionario, l’opera che Emmanuel Kant dedicò a Swedenborg e che fu pubblicata nel 1766. Il primo racconto qui riportato è molto breve, per cui è preferibile utilizzare la versione data da Kant stesso a Charlotte Knobloch il 10 agosto 1768: il documento è importante anche perché successivo solo di pochi anni ai fatti. Eccolo: «Il fatto seguente mi sembra possedere una straordinaria forza dimostrativa, in grado di eliminare ogni dubbio. Era il 1756 quando Swedenborg, negli ultimi giorni di settembre, un sabato verso le quattro del pomeriggio, raggiunse Gothenborg (9). Qui William Castel l’invitò a far parte di un gruppo di amici che aveva riunito a casa sua. Alle sei di sera Swedenborg, che era uscito in giardino, rientrò in sala pallido e agitato e disse che in quel momento era scoppiato un incendio a Stoccolma, nel Südermalm, e che il fuoco si stava diffondendo con violenza in direzione della sua casa. Era turbato e agitato oltre misura e uscì più volte. Disse che la casa di un suo amico, di cui fece il nome, era ridotta in cenere e che la sua stessa casa correva un grande pericolo. Alle otto, dopo essere uscito di nuovo, esclamò con gioia: «Grazie a Dio, l’incendio si è fermato tre porte prima della mia!». Questa notizia sorprese enormemente il gruppo di amici e anche la città, dove la notizia si diffuse rapidamente. La sera stessa ne fu informato il governatore, il quale la mattina dopo chiamò Swedenborg e l’interrogò in proposito. Il veggente gli descrisse dettagliatamente l’incendio, il suo inizio, la sua durata, la sua fine. La notizia si diffuse lo stesso giorno in tutta la città, tanto più che il governatore stesso se ne era informato, e un gran numero di persone era in pena per i propri beni e quelli dei loro amici. La sera del lunedì arrivò a Gothenborg una staffetta che i commercianti di Stoccolma avevano inviato durante l’incendio. Nella lettera che portava, la catastrofe era descritta in ogni dettaglio esattamente come Swedenborg l’aveva preannunciata. La mattina del martedì il governatore ricevette un corriere reale con una relazione dell’incendio e delle sue conseguenze, delle perdite che aveva causato e delle case che aveva distrutto, senza che si potesse notare la minima differenza tra queste indicazioni e quelle fornite da Swedenborg. In effetti l’incendio era stato domato alle otto. «Che cosa si può opporre all’autenticità di questo avvenimento?» si chiede Kant in conclusione. «L’amico che mi scrive ha controllato ogni cosa, non soltanto a Stoccolma ma circa due mesi fa a Gothenborg stessa: egli è persona ben introdotta presso le famiglie dei notabili del luogo ( 9) Swedenborg veniva dall’Inghilterra. Gothenborg si trova sulla costa Occidentale della penisola scandinava, mentre Stoccolma è su quella orientale. La distanza tra le due città è di oltre 400 km in linea d’aria e ha potuto informarsi dettagliatamente in una città in cui vive ancora la maggior parte dei testimoni oculari, visto che poco tempo è passato dal 1756» (10). Il secondo fatto riferito da Kant riguarda il ritrovamento di una ricevuta grazie a una visione di Swedenborg: anche per questo caso il grande filosofo si era ben documentato sul luogo presso i diretti interessati: «La signora Marteville, vedova dell’inviato olandese a Stoccolma, venne un po’ di tempo dopo la morte di suo marito richiesta dall’orefice Croon del pagamento del servizio d’argento che quegli si era fatto fare presso di lui. La vedova era convinta che suo marito era un uomo troppo preciso ed ordinato per non aver pagato questo debito, ma non poteva produrre alcuna quietanza. In questo frangente assai grave, perché il valore era considerevole, mandò a chiamare il signor Swedenborg. Dopo alcuni convenevoli gli disse che se egli aveva, come tutti asserivano, la facoltà straordinaria di parlare con le anime dei morti, doveva avere la bontà di informarsi presso suo marito circa la richiesta per il servizio d’argento. Swedenborg non mise difficoltà ad accogliere la sua preghiera. Tre giorni dopo la  predetta signora aveva presso di sé un certo numero di invitati a prendere il caffè. Venne il signor di Swedenborg e le diede col suo modo freddo notizia di aver parlato col marito: il debito era stato pagato sette mesi prima della sua morte e la quietanza era in un mobile che si trovava al piano superiore. La signora rispose che questo mobile era stato completamente vuotato e che fra tutte le carte non s’era trovata la quietanza. Swedenborg disse che suo marito gli aveva mostrato come, togliendo un cassetto al lato sinistro, veniva in luce una tavola, spingendo via la quale si trovava una cassetta dove era contenuta la sua corrispondenza olandese e dove si sarebbe trovata anche la quietanza. Dietro queste indicazioni la signora si recò con tutta la compagnia al piano superiore; si aprì il mobile, si procedette secondo l’istruzione e si trovò la cassetta, di cui si ignorava l’esistenza, con dentro tutte le carte indicate, in mezzo alla più grande meraviglia di quelli che erano presenti... ». Il terzo fatto è il seguente. La regina Luisa Ulrica di Svezia, sorella di Federico II il Grande, ricevette un giorno verso la fine del 1761 una lettera di sua sorella la duchessa di Brunswich, in cui questa lamentava di non essere stata informata di una cosa di cui tutti i giornali parlavano e che era oggetto di tutte le conversazioni, cioè dell’esistenza a Stoccolma di un uomo che affermava di essere in continuo contatto con gli spiriti. La regina allora si rivolse al suo consigliere, il conte Scheffer, che era presente con altre persone e gli chiese se fosse vero che una persona simile esistesse e, in caso affermativo, se per caso non fosse un pazzo. Il conte rispose che la persona esisteva e che era un uomo nel pieno possesso delle sue facoltà mentali, e anzi un saggio, membro della Camera ( 10) Kant aveva avuto le sue informazioni nel 1759.Svedese dei Nobili. La regina allora chiese di incontrarlo. Essendo Scheffer amico intimo di Swedenborg, gli fu facile condurlo a corte. La regina accolse il veggente con grande cortesia e lo pregò di una commissione presso suo fratello, il principe Guglielmo di Prussia, morto tre anni prima. Swedenborg rispose che accettava ben volentieri. Allora la regina, alla presenza del re e di Scheffer, espose al veggente la sua richiesta. Swedenborg promise di esaudirla. Qualche tempo dopo Swedenborg tornò a corte e comunicò alla regina il risultato della commissione: lei ne rimase così stupita che svenne. Tornata in sé, disse queste sole parole: «E’ una cosa che nessun mortale avrebbe potuto dirmi!». Questo il racconto che Swedenborg stesso fece al generale Tuxen, il quale ne fece oggetto di una lettera che è stata conservata. Kant nei Sogni di un visionario riferisce brevemente il fatto; in seguito fece una piccola inchiesta in merito e due anni dopo la pubblicazione del suo libro scrisse a Charlotte Knobloch una lettera (quella cui abbiamo fatto riferimento) in cui descrive più dettagliatamente il fatto e aggiunge di aver incaricato un ufficiale suo ex allievo ed amico di fare tutte le ricerche necessarie. Kant aggiunse poi: «Il mio amico ha parlato con Swedenborg ed è anche andato a trovarlo nella sua casa, restando assolutamente stupito di questo caso. Swedenborg è un uomo ragionevole, compiacente ed aperto. E’ istruito e il mio amico mi ha promesso di inviarmi alcuni dei suoi libri. Ha confidato al mio amico, senza alcuna reticenza, che Dio gli ha dato la singolare facoltà di conversare con i trapassati: e gli ha raccontato diversi casi noti». Un’altra importante testimonianza su questo caso viene da D. Thiébault, membro dell’Accademia Reale di Berlino, che ne ha riferito nel suo libro Ricordi di vent’anni a Berlino (Parigi 1804). Thiébault era amico di Federico II e durante la rivoluzione francese fu segretario del Direttorio: la sua testimonianza è quindi importante anche per l’alto rango di chi la riferisce. Egli aveva sentito raccontare il fatto dalla regina Luisa Ulrica stessa, che una volta rimasta vedova del re Federico Adolfo di Svezia era andata a vivere presso il fratello Federico il Grande di Berlino. Ecco il racconto, così come lo riferisce Thiébault: «Poco disposta ella disse a credere simili meraviglie (le erano stati narrati alcuni episodi di veggenza di Swedenborg, [N. d. A.]) aveva voluto sottoporre il veggente ad una prova. L’aveva dunque preso da parte una volta che lui era venuto a corte e l’aveva pregato di farsi dire da suo fratello, il principe Guglielmo, quello che lui le aveva detto al momento della loro separazione a Postdam, quando lei nel 1744 era andata a Stoccolma per sposare il re. Aggiunse che si trattava di una cosa che né lei né suo fratello avrebbero potuto rivelare ad alcuno. Diversi giorni dopo, mentre la regina era al tavolo da gioco, Swedenborg aveva chiesto di parlarle privatamente. Quando lei aveva osservato che poteva parlare davanti a tutti, lui aveva risposto che ciò che stava per dire alla sovrana non doveva essere udito da nessuno. Allora Luisa Ulrica era passata nella stanza vicina, accompagnata dal senatore Schwerein che lasciò di guardia alla porta, mentre il veggente, recatosi con lei in fondo alla stanza, le indicò l’ora esatta in cui aveva preso congedo da suo fratello, aggiungendo che una volta conclusi gli addii lui l’aveva incontrata ancora una volta mentre attraversava la galleria di Charlottenburg, l’aveva presa per mano, l’aveva condotta nell’incavo di una finestra dove nessuno poteva sentire, e le aveva detto certe parole che Swedenborg ripeté una per una. La regina naturalmente non disse quali  fossero queste parole, però chiese in proposito la testimonianza di Schwerein, il quale confermò la cosa per quanto lo riguardava». Ecco dunque un altro fatto confermato da importanti testimonianze tutte concordanti, per cui deve essere senz’altro considerato storico. Dagli esempi qui riportati risulta che Swedenborg fu senza alcun dubbio quello che oggi definiamo un «medium»: un medium dalle doti eccezionali, uno di quei rari medium su cui si può fare sicuro affidamento. Ne fa testimonianza soprattutto il caso della regina, dove Swedenborg si mostrò in grado di selezionare tra gli innumerevoli ricordi presenti nella memoria di Luisa Ulrica proprio quel fatto particolare, quelle particolari parole che gli era stato richiesto di farsi dire. Anche volendo prescindere da un’interpretazione soprannaturale (reale intervento dei trapassati che gli avrebbero fornito le informazioni necessarie), bisogna ammettere che si tratta di veggenze eccezionali. Ma se questi episodi sono veri (e sappiamo che lo sono), dobbiamo ipotizzare che lo siano anche le descrizioni dell’aldilà che Swedenborg ci ha lasciato? Che corrisponda alla realtà quanto il veggente ci dice del cielo e dell’inferno, della dimensione ultraterrena e dei suoi abitanti, degli angeli e delle condizioni della vita dopo la morte? Questo è, e certamente resterà, un mistero, per altro riferibile anche ad altri medium che, oltre a dare prove concrete delle loro doti di veggenza, hanno fornito descrizioni dell’aldilà. Nel caso di Swedenborg, veggente dalle doti eccezionali, il problema si presenta con particolare urgenza. La risposta non potrà ovviamente essere univoca, ma dovrà essere affidata alla coscienza di ognuno, alla risonanza che le visioni suscitano in lui, alla forza dimostrativa che esse sembrano rivestire. Dell’onestà di Swedenborg testimonia il fatto che non ricercò mai onori e guadagni per sé ed evitò addirittura ogni riconoscimento; pubblicò anonimi molti dei suoi libri religiosi e non fece mai alcun tentativo di trovare seguaci o di fondare una chiesa. Pubblicò sempre a sue spese i suoi volumi, che non si preoccupò mai di diffondere. Egli stesso ebbe a dire a proposito dell’autenticità delle sue visioni: «Se ciò che dico è vero, perché dovrei essere desideroso di sostenerlo? Certamente la verità sa difendere se stessa! Se ciò che dico è falso, sarebbe un compito sciocco e degradante volerlo difendere». In ogni caso Swedenborg è un personaggio straordinario, un protagonista del suo tempo, un uomo che ha un ruolo di primo piano sia per la scienza che per la ricerca psichica. E come tale merita senz’altro di essere meglio conosciuto.

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